Il doppio legame e la collaborazione con l’AI
Per verificare quanto l'AI non soffra di allucinazioni ho scelto un tema che conosco bene, il doppio legame, con sconfinamenti nelle arti.
Soluzioni
Sto studiando le applicazioni Google di intelligenza artificiale, e mi ci sto divertendo molto. Sto usando Gemini, un assistente onnisciente capace di fare ricerche approfondite nell’immenso mare dei dati di Google e di generare report, articoli, dialoghi per podcast, immagini; NotebookLM, un segretario personale che elabora solo materiali datigli da me, siano essi articoli o interi libri che può sintetizzare ed elaborare in vari modi al fine di facilitarne la conoscenza e la comprensione; Google AI Studio che mette a disposizione voci di speaker virtuali per registrare podcast oltre a dare la possibilità di scegliere le varie versioni di Gemini disponibili.
Per avere sotto controllo i processi di ricerca e di generazione di risultati ho scelto un argomento che conosco bene, il doppio legame, a cui ho dedicato la voce omonima del mio Atlante di Problem solving, e che mi ha permesso di verificare l’esattezza e la pertinenza delle risposte ricevute.
Tutto ciò che segue è il frutto di una stretta e armoniosa collaborazione fra me e i solerti assistenti AI, fra essi soprattutto Gemini.
Il concetto di "doppio legame" (in inglese, double bind) è una teoria sviluppata negli anni '50 da Gregory Bateson e dai suoi colleghi della Scuola di Palo Alto. Si riferisce a una situazione comunicativa paradossale che intrappola un individuo, generando confusione e disagio.
Una persona si trova intrappolata in un doppio legame quando riceve due o più messaggi simultanei ma tra loro contraddittori. Questa contraddizione avviene spesso su diversi livelli di comunicazione come, ad esempio, un messaggio verbale (bravo!) e un messaggio non verbale (occhiataccia) che si negano a vicenda. La vittima di un doppio legame non può né commentare la contraddizione (cioè "metacomunicare") né fuggire dalla situazione o dalla relazione.
Ho chiesto a Gemini di generarmi l’immagine della discrepanza fra ciò che si dice e l’atteggiamento che si assume in un doppio legame comunicativo e mi ha generato questa immagine, a cui ho aggiunto solo il fumetto.
La struttura di un doppio legame è complessa e si basa su elementi specifici che devono presentarsi ripetutamente nel tempo:
Due o più messaggi contraddittori: Il cuore del paradosso. Un esempio classico è un genitore che dice "Ti voglio bene" con un tono di voce freddo e distaccato o un'espressione facciale di rifiuto.
Relazione intensa e di vitale importanza: Il doppio legame si manifesta in una relazione significativa ed emotivamente cruciale per l'individuo, come quelle familiari, di coppia o lavorative. La persona non può permettersi di ignorare i messaggi o abbandonare la relazione.
Impossibilità di metacomunicare: Il soggetto non può commentare o mettere in discussione la contraddizione. Non può dire "Noto che mi dici una cosa ma ne fai un'altra".
Assenza di via d'uscita: Qualsiasi risposta o scelta intrapresa dal soggetto viene percepita come "sbagliata" o porta a conseguenze negative, lasciandolo intrappolato.
Esperienza ripetuta nel tempo: Non si tratta di un singolo evento, ma di un modello comunicativo ricorrente che si consolida nel tempo, specialmente durante l'infanzia quando le difese psicologiche sono meno sviluppate.
L'esposizione cronica a queste dinamiche porta a confusione, ansia, bassa autostima e un senso di impotenza, minando la capacità dell'individuo di dare un senso alla realtà e alle proprie percezioni.
Il Doppio Legame nel Problem Solving
Il doppio legame si manifesta in scenari di problem solving sotto la forma del paradosso "dannato se lo fai, dannato se non lo fai" (damned if you do, damned if you don't). In tali situazioni, qualsiasi azione intrapresa per risolvere un problema porta a conseguenze negative o a un'ulteriore complicazione, predisponendo l'individuo, o il sistema, al fallimento.
Può capitare che un manager chieda a un dipendente di "essere più creativo e prendere iniziative", ma contemporaneamente gli imponga di "seguire sempre le procedure aziendali". Il dipendente è intrappolato: se innova, rischia di infrangere le regole; se segue le regole, viene accusato di mancanza di iniziativa. La soluzione del problema (essere innovativi) è bloccata dalla contraddizione implicita nel comando.
Oppure, nella negoziazione salariale che una donna fa con il datore di lavoro, se costei espone i suoi diritti con assertività, può essere percepita come "aggressiva" o "antipatica" subendo conseguenze negative sulla percezione della sua persona. Se non negozia, perde opportunità economiche significative. La soluzione del problema (ottenere un salario equo) è ostacolata da bias impliciti.
Si può uscire da una dinamica di doppio legame con la metacomunicazione, invitando l’interlocutore a osservare la contraddizione fra due messaggi diversi, o fra un messaggio e un comportamento (se mi chiedi idee nuove, non puoi pretendere che rispetti tutte le vecchie regole), a rispettare ruoli e compiti, separare contesti e aspettative se il doppio legame si ripropone sistematicamente al lavoro o in famiglia.
Ma se da un lato il doppio legame è un problema, o un generatore di problemi, dall’altro può essere anche uno strumento per risolvere i problemi, specialmente nei casi in cui si vuole sbloccare un comportamento, una convinzione, o le tentate soluzioni disfunzionali, che tengono in vita il problema invece di risolverlo. Il doppio legame consiste nella prescrizione del sintomo, applicando lo stratagemma dell’arte militare cinese che dice: “portare il nemico in soffitta e togliere la scala”. Per esempio, ad un oppositivo si dirà: “so che non farai quello che ti dico”, in tal modo obbligandolo a fare ciò che diciamo solo per opporsi alla nostra asserzione.
Il doppio legame può essere usato anche per intrappolare volutamente un antagonista. E’ quanto fa il politico inquisito che dichiara: “io sono innocente, ma c’è un complotto dei giudici contro di me”. In tal modo se i giudici lo assolvono, gli danno ragione perché lo ritengono innocente, se lo condannano, gli danno ragione perché dimostrano che ce l’hanno con lui.
Il corto circuito della ragione avviene anche nella pratica zen rinzai, dove il percorso di meditazione sui koan comincia con il koan che dice: “Un monaco disse a Joshu ‘il cane ha la natura di Budda?’ e Joshu rispose ‘Mu’”. Il praticante resta perplesso perché tutti gli esseri senzienti hanno la natura di Budda, ma il maestro illuminato dice mu, che significa NO. Come mai? Con questo koan si impara a non cercare le spiegazioni con la ragione, ma a farle scaturire dal profondo, proprio perché la ragione va in tilt. E in un altro koan il maestro fa una domanda al praticante, ma subito dopo gli dice: “se parli ti do una bastonata, se stai zitto ti do una bastonata”.
Visioni
Ho chiesto a Gemini di fare una ricerca su doppio legame e storytelling, e doppio legame e arti visive.
Nella narrativa compare il tema della doppia personalità con Dr. Jekyll e Mr. Hyde di R.L. Stevenson, o della scelta angosciosa come in "Sofie's Choice" di William Styron, dove Sophie in un campo di concentramento viene costretta a scegliere quale dei suoi due figli debba vivere e quale debba morire.
Nel teatro Sofocle mette in scena il dilemma di Antigone: obbedire alla legge divina (seppellire il fratello) o alla legge umana (il divieto di Creonte)? Qualsiasi scelta comporta una punizione grave.
Nel cinema "Non è un paese per vecchi" (Joel Coen, Ethan Coen) racconta del protagonista che trova una valigetta piena di soldi e si trova di fronte a un doppio legame: prendere i soldi significa essere braccato da assassini spietati, non prenderli significa rinunciare a una fortuna che potrebbe cambiare la sua vita. Qualsiasi scelta lo mette in pericolo mortale.
Ci sono tanti altri esempi su cui sorvolo per brevità, per tornarci magari in una prossima occasione.
Nell’arte troviamo esempi di doppio legame percettivo nel dadaismo, nel surrealismo, nella op art e nell’arte concettuale. Ecco alcuni esempi.
Marcel Duchamp nel 1917 espone in una mostra organizzata dal fotografo Joseph Stieglitz “Fountain”, un orinatoio capovolto, firmato "R. Mutt". Il doppio legame nasce dalla contraddizione tra l'oggetto comune, dozzinale, funzionale, e la pretesa di essere "arte" per il solo fatto di essere esposta in una galleria. Lo spettatore è intrappolato: è arte perché l'artista lo ha dichiarato tale e lo ha esposto in un contesto artistico, o non è arte perché è solo un oggetto di uso quotidiano? E’ arte perché è un’opera firmata? Perché è fotografata come opera d’arte da un celebre fotografo? Perché comunque è diventata famosa? Perché prima di Duchamp nessuno aveva osato tanto?
L’immagine è il particolare di un mio quadro digitale dedicato a Duchamp.
Prima degli anni ‘60 del secolo scorso Oscar Reutersvärd ha realizzato molte varianti di finestre impossibili, dove una lastra piatta ha un foro quadrato al centro attraversato da una struttura tridimensionale che inizia e termina sullo stesso piano della lastra. Il paradosso visivo dell’oggetto impossibile è accentuato dal realismo del cielo, in modo tale che se guardiamo al centro vediamo un oggetto che si piega verso il basso, se guardiamo ai lati vediamo la lastra piatta. Il tentativo di guardare l’immagine nel suo insieme genera l’incertezza del doppio legame.
Altri esempi del genere si trovano in figure impossibili del mio atlante di problem solving.
Io ho ricostruito due figure impossibili di Reutersvärd affiancando loro le versioni possibili. A sinistra si esce dal doppio legame vedendo le figure con punto di vista unico, a destra le figure hanno due punti di vista contraddittori che costituiscono un doppio legame visivo.
Nella ricostruzione che ho fatto dell’opera del designer svedese vediamo a sinistra le due combinazioni possibili delle due figure, in cui la figura piccola sta prima davanti, poi dietro alla figura grande. A destra invece è la figura impossibile in cui la figura piccola sta sia davanti che dietro la figura grande. Se guardiamo verso sinistra vediamo la figurina davanti, se guardiamo verso destra la figurina va dietro. Il paradosso viviso, e relativo disagio, sta nello scorrere con lo sguardo da sinistra a destra e viceversa o nel gettare un’occhiata sulla figura nel suo insieme.
Partendo dall'idea della lastra a cui ho accennato più sopra, ho disegnato a sinistra le due figure disambiguanti, in cui la struttura tridimensionale prima va sotto, poi sopra la lastra. A destra la figura impossibile fa vedere al tempo stesso l'elemento a forma di zeta che va sia sotto che sopra, per cui se guardiamo la lastra ci sembra piatta, se guardiamo la zeta ci sembra profonda. La veduta del mare è generata da Gemini e serve per dare profondità e concretezza alla percezione delle immagini.
Nell’arte concettuale Joseph Kossuth realizza nel 1965 One and Three Chairs con una sedia reale, la sua foto e un pannello con la definizione di “sedia” tratta da un dizionario. Questo crea una sorta di doppio legame tra la percezione dell'oggetto, la sua rappresentazione e la sua definizione concettuale. Non c'è una "vera" sedia, ma una coesistenza paradossale di queste tre forme. Lo strumento metapercettivo è la domanda implicita: "Cos'è una sedia, davvero?" che spinge lo spettatore a riflettere sulla natura del linguaggio, della rappresentazione e della realtà, e a uscire dalla ricerca di una singola verità.
Io ho ricostruito virtualmente l’installazione di Kossuth con una sedia Thonet generatami da Gemini al posto della sedia usata dall’artista. La foto in bianco e nero è una cattura della sedia a colori. La definizione è del dizionario Treccani. Naturalmente quello che conta è l’idea. Che chiunque può realizzare come vuole. In questo caso, osservando l’immagine, più che mai siamo nel doppio legame: qual è la “vera” sedia dal momento che nella mia immagine quella più vera è una inesistente sedia “fotografata” dall’intelligenza artificiale? E la mia immagine è più o meno vera della foto dell’installazione di Kossuth, o è solo uno dei tanti output della sua formula, che potrebbe essere applicata a qualsiasi altro essere animato o inanimato?
Daniel Hirst in The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living del 1991 espone uno squalo tigre conservato in una teca di formaldeide. Il doppio legame risiede nella tensione tra la vita (lo squalo, un predatore vivo e terrificante) e la morte (conservato, immobile, morto). È un animale vivo o un oggetto inerte? È una rappresentazione della natura o un oggetto artificiale creato dall'uomo? Inoltre, il titolo stesso è un doppio legame concettuale: non possiamo comprendere la morte finché siamo vivi. L'opera costringe lo spettatore a confrontarsi con la propria mortalità e con l'impossibilità di elaborare pienamente il concetto di morte. Il "disagio" percettivo e concettuale spinge a una riflessione profonda sulla vita, la morte, la conservazione e la natura effimera dell'esistenza. L'opera non risolve il paradosso, ma invita a un'interrogazione filosofica che trascende la semplice osservazione.
Marina Abramović nella performance Rhythm 0 (1974) si espose passivamente per sei ore, mettendo a disposizione del pubblico 72 oggetti (tra cui una rosa, miele, forbici, chiodi, una pistola con un proiettile) e invitandoli a usarli su di lei come desideravano, con l'unica condizione che la responsabilità era del pubblico. Il doppio legame emergeva dalla contraddizione: "Sei libero di fare ciò che vuoi con me" (messaggio verbale/implicito di libertà assoluta) versus "Sono un essere umano vulnerabile e tu ne sei responsabile" (messaggio non verbale, implicito di moralità, vulnerabilità e i limiti sociali). Il pubblico era intrappolato tra l'autorizzazione dell'artista e le proprie inibizioni morali/sociali. Fare qualsiasi cosa (anche solo toccarla) aveva implicazioni. Non fare nulla era anche una scelta con un significato. I visitatori avrebbero potuto metacomunicare chiedendo “vuoi davvero che ti faccia del male?”, ma la risposta era implicita nella libertà data. Proprio questa impossibilità ha costretto i partecipanti (e chi ne ha letto o visto le documentazioni) a riflettere profondamente sulle proprie reazioni, sulla moralità, sulla complicità e sull'abuso di potere. L'uscita dal legame non è avvenuta risolvendo la contraddizione su Abramović, ma comprendendo la contraddizione all'interno di sé stessi e nella natura umana.
Maurizio Cattelan nel 2001realizza la scultura Him, un piccolo Hitler inginocchiato con l’aria di implorare o di chiedere perdono. Il doppio legame per il fruitore è complesso, in quanto coesistono l’esecrazione per il personaggio noto e un senso di pietà per questa sua versione priva di potere e di terribilità. Nella visione i due sentimenti si alternano, fluttuano insieme con la coscienza che rifiuta qualsiasi buon sentimento, ma pur lo prova davanti allo spettacolo del feroce tiranno privo di ogni potere e fattosi piccolo piccolo.
Juan Muñoz ha intitolato proprio Double bind una installazione del 2001, costituita da un grande locale il cui pavimento mostra illusioni di botole che fanno da contrappunto a botole che si aprono in alto a mostrare altre sculture dell’artista, mentre due ascensori vuoti in fondo salgono e scendono continuamente. È un'installazione ambientale che gioca con l'illusione, la profondità, la luce e l'ombra, creando un labirinto di passaggi e pozzi. Lo spettatore è disorientato, non riesce a capire lo spazio nella sua interezza, è intrappolato in un'esperienza visiva e spaziale che non può risolvere pienamente, proprio come nel doppio legame comunicativo.
Chi vuole vedere qualche documentazione visiva delle opere di cui ho parlato può cercarle sul web. Io non ne ho messa nessuna per le restrizioni imposte dalla normativa sulle autorizzazioni alla pubblicazione di immagini sul web, e perché nelle opere concettuali non è tanto importante l’opera fisica o l’installazione quanto l’idea, il concetto, il ragionamento di cui l’opera è solo uno spunto.
Concludendo
Gemini è un validissimo collaboratore. Ma come per tutti i collaboratori, dobbiamo esercitare su di lui una delega controllante, non passiva. Siamo sempre noi gli autori capaci di dare un senso a tutto quello che l’assistente AI diligentemente ci fornisce, e del cui significato non ha nessuna idea. E il modo più semplice e rapido è fargli fare qualcosa ma non tutto. Anche perché in molti casi si fa prima ad intervenire con nostre modifiche invece di insistere con catene di prompt che non capisce o fa finta di non capire.
In questo articolo ho parlato dei diversi modi con cui ci possiamo porre di fronte ad un assistente AI: è uno strumento passivo nelle nostre mani, è un collaboratore più o meno intelligente, o può diventare un sostituto e perfino un antagonista?
Sulla stessa rivista ho pubblicato tempo fa un articolo su paradossi e doppi legami.






