Progetto o improvvisazione
Dipingere o affrontare un problema improvvisando o seguendo un progetto o una procedura?
Visioni
La differenza fra chi fa una cosa per sé e chi la fa per altri che gliela ordinano e gliela pagano, è il briefing, ossia quell'insieme di condizioni, richieste e limiti che stabiliscono che cosa fare, perché farlo, per chi, dove e quando. La mappa mentale di un buon briefing consiste nelle cinque W: who, what, why, where, when, che servono a definire il contenuto dell'opera.
Nel caso di un'opera d'arte il "chi" è il committente o il pubblico a cui l'opera è destinata, il "che cosa" è il soggetto dell'opera, il "perché" è lo scopo , il significato, il "dove" è l'ambientazione o la collocazione, il "quando" è il termine di consegna dell'opera finita. Tutto ciò viene definito dal committente, nel caso di un'opera fatta su commissione, o dall'autore stesso se l'opera non ha committenti.
Al contenuto l'autore aggiunge un altro interrogativo: how, come realizzare l'opera? Il come rappresenta lo stile, la caratteristica dell'artista. E' così che lo stesso soggetto ispira opere del tutto diverse, come testimoniano le innumerevoli natività, crocifissioni, giudizi universali, che possiamo ammirare nelle nostre pinacoteche.
Bruno Munari ha fatto una importante distinzione fra artista e designer, basata proprio sul "come". L'artista ha un suo stile, che applica a qualsiasi soggetto, a prescindere da tutte le altre richieste del committente. Il designer subordina il come a tutto il resto, dando al suo progetto la forma più adatta alla soluzione dei problemi. Per il designer il problema è trovare la soluzione più efficace, da cui dipende anche la forma, oltre alla funzione dell'oggetto disegnato. Per l'artista il problema è adattare qualsiasi soluzione al proprio stile, al proprio modo di vedere e di rappresentare.
A volte l'autore ha chiaro in mente il risultato che vuole ottenere, e organizza il suo lavoro con un progetto che passo passo arriva a quel risultato. Altre volte l'autore non sa quale sarà il risultato finale, e va un po' a tentoni, improvvisando soluzioni in base alle suggestioni del momento, o cambiando strategie col sorgere di nuovi problemi durante la creazione dell'opera.
Dall'incertezza sul risultato finale deriva anche la decisione da prendere sul completamento dell'opera. Quando un'opera d'arte può considerarsi finita? Per i Greci le statue di marmo erano finite quando erano tutte colorate, per noi sono finite già con la bianchezza del marmo, e ci sembrerebbe di cattivo gusto colorare una statua di marmo bianco. Alcune opere come la Pietà Rondanini o i prigioni di Michelangelo sono rimasti incompiuti, per noi visualizzano perfettamente le forme che l'artista traeva dal marmo togliendo il superfluo, e ci sembrerebbe eretico finirle, anche se virtualmente con un programma di intelligenza artificiale. Cezanne teneva per anni i quadri a studio, e ci aggiungeva ogni tanto qualche pennellata, senza decidersi mai a considerarli finiti. La cosa straordinaria è che i suoi quadri hanno una tale freschezza di colori, franchezza di pennellata, unità di stile che sembrano dipinti nello stesso momento!
Per fare qualche esempio di pittura progettata questa è la sinopia di un affresco ormai perduto che Simone Martini dipinse nella Cattedrale di Avignone nel 1341. La sinopia è un disegno preparatorio fatto su una parete su cui si farà un affresco o un mosaico. E' stata usata fino agli inizi del Cinquecento, quando fu sostituita dalla tecnica dello spolvero. Il pittore faceva diversi bozzetti e studi di particolari in scala ridotta, fino ad arrivare alla strutturazione dell'intera composizione, che a questo punto veniva disegnata sulla parete con le dimensioni richieste. Sulla sinopia di giorno in giorno il pittore stendeva l'intonaco fresco su cui dipingeva "a fresco", per l'appunto. La rimozione degli intonaci o per demolizioni o per distacco degli affreschi ha riportato alla luce molte sinopie, che spesso mostrano la freschezza di mano e l'abilità dell'artista.
I cartoni erano perforati o quadrettati per essere trasferiti sul muro o sulla tela, come si vede in questo cartone del Pontormo, disegno preparatorio del quadro raffigurante la Visitazione, del 1528. I cartoni perforati per lo spolvero hanno le stesse dimensioni del dipinto finale, perché servono per trasferire il disegno rispettandone tutte le forme e le proporzioni. La quadrettatura si traccia sul cartone o sul bozzetto definitivo, che può avere ache dimensioni ridotte rispetto all’originale, e serve da guida per ridisegnare dentro i quadretti tracciati sulla tela o sul muro solo le rispettive parti, operazione che non richiede la mano dell'artista ma può esser fatta da un aiuto di bottega, e che facilita di molto il compito di disegnare dipinti di grandi dimensioni o con forti deformazioni prospettiche, come era il caso di Padre Pozzo.
Lo spolvero consiste nel riportare il disegno su un foglio di carta da buttare, detta "carta da spolvero", e poi nel bucherellare i tratti, applicare il foglio bucherellato sul supporto da dipingere, battervi sopra un tampone pieno di polvere scura, unire i puntini depositati sul quadro per ottenere la traccia su cui dipingere.
I pittori usano tanti altri modi per ingrandire, rimpicciolire, trasferire immagini sui supporti dei loro dipinti, dalla camera lucida al proiettore, fino a stampe laser trasferite con medium gel acrilico.
Il cartone costituisce il disegno completo della stessa grandezza e composizione del dipinto finale, ma prima di esso gli artisti fanno numerosi schizzi e studi di particolari, specialmente per parti difficili come scorci e panneggi. Oppure usano quaderni, taccuini e album in cui schizzano appunti visivi e verbali, prime idee, studi di animali e piante.
Queste sono due pagine di un quaderno di Albrecht Dürer, dei primi del Cinquecento, con disegni di straordinaria qualità artistica, sia per i paesaggi, sia per gli animali.
Dalla fine dell'800 in poi la fotografia è stata di grande aiuto per i pittori che la utilizzarono sia per studiare particolari di quadri da comporre, sia in modo autonomo, diventando perfino più importanti come fotografi che come pittori o illustratori, come accadde a Nadar.
Francesco Paolo Michetti se ne servì molto e fu apprezzato fotografo e pittore della mia terra d'Abruzzo. Il grande quadro a tempera che illustra La figlia di Iorio, romanzo dell'amico D'Annunzio, dipinto nel 1895 ed esposto nel Palazzo della Regione di Pescara, rappresenta un gruppo di pastori davanti alla Maiella, raffigurata con grande precisione, direi alpinistica. I personaggi, come per molti altri quadri di Michetti, sono stati studiati con l'aiuto di fotografie, come si vede per le foto della donna e del pastore sdraiato che la guarda.
Oggi molti di noi invece del taccuino, o insieme con esso, usano lo smartphone, con cui catturano immagini e idee da elaborare e sviluppare in seguito.
Anche fotografi e cineasti progettano le loro opere con disegni e descrizioni. Patrizia Savarese ci racconta come ha realizzato il bellissimo calendario dedicato alla frutta:
"Fase 1) ho fatto un progetto a tavolino, deciso il denominatore comune per la serie, lo sfondo e il metodo di composizione.
Fase2) ho scelto accuratamente, dal fruttivendolo, i prodotti da fotografare e comperato per ogni frutto circa il doppio di ciò che si vede nella foto per poter scegliere poi con calma e adattare forme e dimensioni per ogni immagine.
Fase 3) in ogni foto la frutta è scelta ulteriormente con cura per il colore, la forma, la dimensione e posizionata con la massima esattezza. Le riprese sono state fatte con luce naturale.
Fase 4) scattata la foto ho verificato a monitor ancora una volta se la composizione fosse giusta, spostando e aggiustando all’occorrenza.
Fase 5) in postproduzione, fatta la consueta calibrazione in camera raw (contrasto, luminosità, saturazione, nitidezza, etc…) ho eliminato qualche difetto o ammaccatura della frutta.
Fase 6) ho fatto un editing per comporre le 12 finali che sono state poi utilizzate per un calendario aziendale.
Fase 7) prove di stampa."
Le foto in buona risoluzione si vedono qui: https://www.patriziasavarese.com/food/
Fin qui abbiamo visto immagini progettate. Vediamo ora qualche esempio di immagini improvvisate.
Fra le immagini improvvisate il quadro più famoso è Impression, soleil levant, dipinto da Claude Monet nel 1872, da cui prese il nome l'Impressionismo. Monet lo dipinse dalla sua camera d'albergo che si affacciava sul porto di Le Havre, cercando di cogliere i riflessi e i colori del primo mattino. Monet ha ribadito la sua pittura del momento particolare con la famosa serie della facciata della Cattedrale di Rouen in diverse condizioni di luce nelle varie ore della giornata, con la stessa inquadratura.
Max Ernst dipinge L'œil du silence nel 1943, servendosi di colori applicati casualmente con la decalcomania, ossia con la "stampa di colori freschi" per produrre texture ed effetti casuali, che poi il pittore interpreta traendone figure e forme controllate. Ernst usava decalcomanie e frottage, ossia ricalchi di forme e texture su fogli di carta, per partire da forme casuali e stimolare così il proprio subconscio e le proprie fantasie oniriche, in ossequio alle teorie di Sigmund Freud.
L'Improvvisazione 26 dipinta da Wassily Kandinsky nel 1912 fa parte di una serie di quadri a olio ispirati alla musica, e si distingue dalle sue composizioni che sono più meditate e organizzate. Qui l'artista cerca di fermare sulla tela ciò che esce all'improvviso dalla sua testa e dalla sua mano, con una pittura veloce fatta di getto, come viene viene, con forme astratte che evitano qualsiasi accenno figurativo.
Come esempi di improvvisazione nella fotografia dobbiamo pensare ai grandi reporter che sanno cogliere il momento significativo di una scena, cogliendolo nel flusso continuo e indistinto della realtà circostante, da Cartier Bresson agli altri maestri della Magnum.
Werner Bishof fotografa questo giovane pastorello peruviano On the road to Cuzco nel 1954. Il reporter ha una fotocamera piccola e leggera sempre a portata di mano, e ha l'intuito e il coraggio di trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto, anche se si tratta di un bombardamento o di un terremoto. Ma sa cogliere la storia e la poesia anche nelle scene più usuali e antieroiche, come per questo giovane suonatore di flauto.
A volte il reporter sceglie un luogo o una situazione e scatta più foto, per scegliere poi quelle più interessanti. O addirittura interviene sulla scena da fotografare. In questo caso ci troviamo di fronte ad una via di mezzo fra il progetto della situazione e l'improvvisazione dello scatto.
Henry Cartier Bresson scatta le due foto dei bambini fra le rovine a Siviglia nel 1933. In questo caso non è solo lo straordinario fotoreporter capace di cogliere momenti significativi dove altri non li vedevano, ma è un autore che vuole raccontare una storia, ha in mente la scena, si mette davanti al muro semidiroccato che inquadra il vicolo ingombro di macerie e aspetta che i bambini giocando si dispongano in modo interessante, finché coglie lo straziante bambino con le stampelle che si fa avanti, o il ragazzino che fa l'equilibrista sul muro diroccato. Sembra un racconto di guerra, ma la guerra - la guerra civile spagnola prima, la seconda guerra mondiale dopo - dovrà ancora venire, anche se la repubblica di Weimar sta per cadere e l'Europa è percorsa da fremiti inquietanti. Il poeta con la sua immaginazione vede e documenta fatti che dovranno ancora accadere, e purtroppo accadranno in tutta la loro tragicità.
Soluzioni
Se ora ci spostiamo dall'arte al problem solving, progetto e improvvisazione sono ambedue elementi utili per definire e risolvere problemi.
Il progetto non tiene conto del presente, ma consiste nella capacità di vedere avanti basandosi su esperienze e metodi del passato. L'improvvisazione invece avviene tutta nel presente, è qui e ora che devo decidere che cosa fare, e farlo.
Tuttavia progetto e improvvisazione non sono mondi separati e non comunicanti, ma in molti casi si intersecano, si contaminano, si combinano per risolvere problemi noti e ricorrenti (progetto) o problemi nuovi ed emergenti (improvvisazione).
E' opportuno considerare la natura del progetto e dell'improvvisazione.
Il progetto può avere un output certo e identico alla previsione, oppure un output incerto e imprevedibile al momento dell'organizzazione progettuale. Nel primo caso abbiamo un progetto tradizionale, come per la costruzione di un edificio, che sarà uguale ai disegni esecutivi che sono serviti per la sua costruzione, oppure un progetto agile, come la realizzazione di un sito web interattivo o di un giardino, che crescono man mano e subiscono l'impatto di variabili più o meno numerose e controllabili. Nel caso di progetti agili e situazioni di complessità occorre una buona dose di flessibilità, e dunque di capacità di adattarsi alle circostanze trovando soluzioni immediate e momentanee.
L'improvvisazione può essere assoluta o svilupparsi su schemi. Nel primo caso si agisce in completa libertà, nel secondo si seguono procedure con diversi gradi di libertà.
Il free jazz dei primi anni Sessanta, dove i musicisti suonavano insieme in totale libertà, senza nessuno schema, è un esempio di improvvisazione totale. Il jazz classico invece è un esempio di improvvisazione basata sulla struttura armonica di una canzone usata come materiale di partenza.
L'improvvisazione può essere individuale o collettiva. Da soli si può fare quello che si vuole, insieme con altri occorrono punti di riferimento e metodi per poter cooperare ad un risultato sensato.
Nella gestione d'impresa prevale la cultura del progetto, ma l'improvvisazione è la capacità di fronteggiare gli imprevisti con decisioni anche al di fuori dalle procedure e dalle consuetudini, con metodi come la leadership distribuita, dove le unità produttive si comportano in modo autonomo segnalando solo le anomalie con dolore o allarmi, come accade per un organismo vivente.
Uno strumento di pianificazione come il diagramma di Gantt prevede che i tempi siano rispettati in modo rigido, con scadenze immodificabili.
La pianificazione a stadi invece prevede tamponi alla fine di ogni ciclo di lavorazione, in modo che il progetto possa adattarsi ad imprevisti e ritardi senza compromettere la consegna finale.
In conclusione, il progetto serve per ottenere soluzioni valide entro i termini stabiliti, l'improvvisazione serve a fronteggiare le emergenze e le pressioni di stakeholder, eventi ambientali e sociali, inconvenienti tecnici. La mancanza di progetto genera caos, la mancanza di improvvisazione genera rigidità e incapacità di confrontarsi col mondo esterno.













Articolo come sempre interessante, istruttivo e appassionante. Trattando poi dell'improvvisazione, ti chiedo se posso ripubblicarlo sul mio blog dedicato all'improvvisazione positiva https://improvvisazionepositiva.altervista.org/
Grazie e buona giornata.